Riscoprire la legge naturale e divina che ha costituito il fondamento della civiltà cristiana, é il vaccino consigliato da Roberto de Mattei nel suo ultimo libro La dittatura del relativismo, per combattere la malattia filosofica del nostro tempo: il relativismo intellettuale e morale…
«La più grande malattia filosofica del nostro tempo è costituita dal relativismo intellettuale e dal relativismo morale, il secondo dei quali trova, almeno in parte, nel primo il proprio fondamento. Per relativismo o, se si preferisce, scetticismo - intendo, in sostanza, la teoria secondo la quale la scelta fra teorie concorrenti è arbitraria; ed è arbitraria perché non esiste alcunché che si possa considerare come verità obiettiva; ovvero, anche se esiste, non c'è alcuna teoria che si possa considerare come vera o comunque (anche se non vera) più vicina alla verità di un'altra; ovvero, se ci troviamo di fronte a due o più teorie, non abbiamo alcun modo o mezzo di decidere se una di esse è migliore dell'altra»: queste considerazioni si trovano nel secondo volume dell'opera "La società aperta e i suoi nemici", pubblicata da Karl Raimund Popper nel 1945, e fa indubbiamente una certa impressione che a definire il relativismo "la più grande malattia filosofica del nostro tempo" non sia Benedetto XVI, bensì un laicissimo filosofo passato alla storia non certo per la sua assidua partecipazione a tridui di preghiera e processioni. Sembra pertanto fuori luogo la critica, tanto aspra quanto scontata, rivolta da Tomás Ibañez alla «virulenza e la costanza con cui Giovanni Paolo II e il cardinal Ratzinger hanno demonizzato il relativismo». Ibañez scrive queste parole nel Prologo del suo recente volume "Il libero pensiero" (Elèuthera, pp. 224, euro 20), il cui sottotitolo, "Elogio del relativismo", non lascia adito a dubbi circa la tesi di fondo che viene in esso sostenuta: nelle prime pagine egli informa i lettori che è stato proprio l'insegnamento papale in materia di relativismo a fugare ogni suo dubbio sull'opportunità di scendere in campo per difendere a spada tratta quello che per Popper è soltanto un grave morbus philosophicus. Padronissimo, ovviamente, Ibañez di prendersela con il magistero dei romani pontefici, ma sembra opportuno ricordare che la confutazione del relativismo è antica quanto la storia della filosofia e ha visto schierarsi dalla sua parte la stragrande maggioranza dei pensatori occidentali; e questo sino ai nostri giorni, con i vari Quine, Apel, Putnam, Chomsky (!) pronti a dimostrare l'insostenibilità del relativismo. A onor del vero, va detto che gli studiosi tendono a distinguere una forma di relativismo forte da una debole, e intorno a tale distinzione costruiscono disquisizioni di non poco conto. Questa distinzione non sembra interessare troppo a Ibañez, tutto preso, come appare, dalla sua missione di apostolo del relativismo che sente di dover scendere in campo «tanto più quando si vede che i campioni laici della retorica della verità, egemoni di questi tempi, sono in consonanza con le autorità della Chiesa e partecipi della stessa crociata contro la tentazione di prestare orecchio al relativismo». Dunque, secondo il professore spagnolo, si sarebbe saldata una sorta di pericolosa alleanza filosofica fra trono (leggi: atei devoti) e altare, in chiave antirelativista e perciò antilibertaria. Di parere completamente diverso è Roberto de Mattei , professore dell'Università di Cassino e dell'Università Europea di Roma, che ha da poco mandato in libreria il volume "La dittatura del relativismo" (Solfanelli, pp. 128, euro 9), nel quale, come è facile comprendere sin dal titolo, viene manifestato un timore del tutto opposto a quello di Ibañez. Infatti, de Mattei ritiene che, in nome di princìpi relativistici e libertari, si stia affermando una vera e propria tirannia culturale, quella dello scetticismo, che fa dell'assenza della verità la propria bandiera e che conduce verso quel nichilismo che a giudizio di molti rappresenta l'autentica malattia mortale della cultura contemporanea; una malattia che fra le sue più terribili complicazioni annovera il totalitarismo: de Mattei è bravo a far vedere come l'assenza di verità e la negazione dell'esistenza di principi e di valori immutabili rappresentino il terreno ideale per far attecchire l'ideologia del più forte. De Mattei sviluppa argomentazioni rigorosamente razionali, ma non nasconde la convinzione che soltanto un assoluto religioso possa guarire l'uomo dai suoi mali e fondare una società veramente libera: «L'opposizione alla dittatura del relativismo - si legge nel libro - ha il suo passaggio necessario nella riscoperta della legge naturale e divina che ha costituito il fondamento della civiltà cristiana (...) Le radici cristiane della società (...) non sono solo storiche, ma prima di tutto costitutive, come costitutiva è per l'anima umana la vita soprannaturale della Grazia».
IL LIBRO È da poco in libreria "La dittatura del relativismo" di Roberto de Mattei (Solfanelli, pp. 128, euro 9). Il saggio denuncia la minaccia del relativismo che, dietro a un'apparenza libertaria, negando ogni criterio di verità oggettiva, apre la strada al totalitarismo e alla dittatura del più forte
L'AUTORE Roberto De Mattei (Roma 1948) insegna Storia moderna all'Università di Cassino e Storia del Cristianesimo e della Chiesa all'Università Europea di Roma.
Maurizio Schoepflin
LIBERO 17 ottobre 2007
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=2714
venerdì 19 ottobre 2007
sabato 6 ottobre 2007
L’Europa, la Turchia e un olocausto
Nell’arco di pochi mesi l’editore Solfanelli ha lanciato sul mercato due opere utili per meglio comprendere e giudicare alcuni fatti di politica internazionale; si tratta di Sulla Turchia e l’Europa e L’olocausto armeno, vergati entrambi dal giornalista storico Alberto Rosselli.
Anzitutto, il dibattito sull’ingresso della Turchia in Europa: Rosselli ha condensato in poche pagine numerose informazioni utili dalla caduta dell’Impero Ottomano ai giorni nostri, aggiungendo una attenta cronologia ed una ricca bibliografia. Quindi passa ad affrontare le due visioni che si scontrano nel Vecchio Continente: chi immagina una gigantesca area europeo-mediterranea, in cui far confluire anche il Nord Africa ed Israele, e chi invece ritiene fondamentale ancorare l’Europa alle proprie radici culturali e religiose.
Nell’analisi Rosselli, che si confronta con scritti di autori importanti come Introvigne e Cardini, non manca di osservare come peraltro vi siano stati dei passi di avvicinamento compiuti da Ankara verso l’Europa occidentale. Ma essi non bastano; rimangono ancora delle questioni irrisolte, posto che la Turchia voglia veramente entrare a far parte dell’Unione Europea: il riconoscimento del massacro degli armeni, la persecuzione contro i curdi, la vicenda cipriota.
Al primo di questi punti è dedicato il secondo pamphlet del giornalista genovese. Anche qui non manca un’attenta ricostruzione storica: del resto, la «persecuzione scatenata nel 1915 dai turchi nei confronti del popolo armeno (…) rappresenta forse il primo esempio dell’epoca contemporanea di sistematica e scientifica soppressione di una minoranza etnico-religiosa. Un piano di eliminazione che non scaturì soltanto dall’ideologia panturchista e panturanista del sedicente partito progressista dei Giovani Turchi, ma che trasse le sue origini dalle antiche e mai del tutto sopite contrapposizioni tra la maggioranza musulmana turca e curda e la minoranza cristiana armena» (p. 5).
A cavallo tra storia e attualità è delineata tutta la vicenda dell’Armenia contemporanea: ricostruzione utile non solo a far luce su quello che l’Onu ha dichiarato essere il primo genocidio del XX secolo, non solo a ricordarci la storia di un popolo poco conosciuto, non solo a sollevare dubbi sulla legittimità della richiesta di ingresso turco nell’UE, ma anche, e soprattutto, a ricordare i massacri dimenticati, quelli non ricordati dai programmi televisivi a scadenza annuale, quelli cui alcune istituzioni, anche nostrane, non vorrebbero concedere la dignità di esistere.
[Alberto Rosselli, Sulla Turchia e l’Europa, Chieti, Solfanelli, 2006; Alberto Rosselli, L’olocausto armeno, Chieti, Solfanelli, 2007]
Gianandrea de Antonellis
(CR 1011/06 - 6/10/2007)
http://www.corrispondenzaromana.it/articoli/300/0/Recensioni-Librarie/RECENSIONI-LIBRARIE:-l-Europa,-la-Turchia-e-un-olocausto.html
Anzitutto, il dibattito sull’ingresso della Turchia in Europa: Rosselli ha condensato in poche pagine numerose informazioni utili dalla caduta dell’Impero Ottomano ai giorni nostri, aggiungendo una attenta cronologia ed una ricca bibliografia. Quindi passa ad affrontare le due visioni che si scontrano nel Vecchio Continente: chi immagina una gigantesca area europeo-mediterranea, in cui far confluire anche il Nord Africa ed Israele, e chi invece ritiene fondamentale ancorare l’Europa alle proprie radici culturali e religiose.
Nell’analisi Rosselli, che si confronta con scritti di autori importanti come Introvigne e Cardini, non manca di osservare come peraltro vi siano stati dei passi di avvicinamento compiuti da Ankara verso l’Europa occidentale. Ma essi non bastano; rimangono ancora delle questioni irrisolte, posto che la Turchia voglia veramente entrare a far parte dell’Unione Europea: il riconoscimento del massacro degli armeni, la persecuzione contro i curdi, la vicenda cipriota.
Al primo di questi punti è dedicato il secondo pamphlet del giornalista genovese. Anche qui non manca un’attenta ricostruzione storica: del resto, la «persecuzione scatenata nel 1915 dai turchi nei confronti del popolo armeno (…) rappresenta forse il primo esempio dell’epoca contemporanea di sistematica e scientifica soppressione di una minoranza etnico-religiosa. Un piano di eliminazione che non scaturì soltanto dall’ideologia panturchista e panturanista del sedicente partito progressista dei Giovani Turchi, ma che trasse le sue origini dalle antiche e mai del tutto sopite contrapposizioni tra la maggioranza musulmana turca e curda e la minoranza cristiana armena» (p. 5).
A cavallo tra storia e attualità è delineata tutta la vicenda dell’Armenia contemporanea: ricostruzione utile non solo a far luce su quello che l’Onu ha dichiarato essere il primo genocidio del XX secolo, non solo a ricordarci la storia di un popolo poco conosciuto, non solo a sollevare dubbi sulla legittimità della richiesta di ingresso turco nell’UE, ma anche, e soprattutto, a ricordare i massacri dimenticati, quelli non ricordati dai programmi televisivi a scadenza annuale, quelli cui alcune istituzioni, anche nostrane, non vorrebbero concedere la dignità di esistere.
[Alberto Rosselli, Sulla Turchia e l’Europa, Chieti, Solfanelli, 2006; Alberto Rosselli, L’olocausto armeno, Chieti, Solfanelli, 2007]
Gianandrea de Antonellis
(CR 1011/06 - 6/10/2007)
http://www.corrispondenzaromana.it/articoli/300/0/Recensioni-Librarie/RECENSIONI-LIBRARIE:-l-Europa,-la-Turchia-e-un-olocausto.html
lunedì 1 ottobre 2007
Novità editoriale: LA DITTATURA DEL RELATIVISMO

Il grande dibattito del nostro tempo, secondo Roberto de Mattei, non è di natura politica od economica, ma culturale, morale e, in ultima analisi, religiosa. Si tratta del conflitto tra due visioni del mondo: quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nella natura dell’uomo, e quella di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, ma tutto sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e dei gruppi diventa l’unica legge della società e si costituisce quella che Benedetto XVI ha definito la “dittatura del relativismo”.
La denuncia della minaccia relativista è il filo conduttore di queste pagine, che raccolgono scritti e interventi dell’autore svolti tra il 2005 e il 2007. L’opposizione alla dittatura del relativismo, che oggi si esprime attraverso il terrorismo psicologico e la repressione giudiziaria, passa attraverso la riscoperta di quella legge naturale e divina che ha costituito il fondamento della Civiltà cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero.
Il pensiero cui questo libro si ispira è quello della Philosophia perennis, integrata dal Magistero tradizionale della Chiesa, ma anche dall’insegnamento dei grandi autori contro-rivoluzionari cattolici dell’Ottocento e del Novecento, di cui l’autore è, in Italia, erede e continuatore.
Roberto de Mattei
LA DITTATURA DEL RELATIVISMO
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-26-3]
Pagg. 128 - € 9,00
http://www.edizionisolfanelli.it/dittaturarelativismo.htm
La denuncia della minaccia relativista è il filo conduttore di queste pagine, che raccolgono scritti e interventi dell’autore svolti tra il 2005 e il 2007. L’opposizione alla dittatura del relativismo, che oggi si esprime attraverso il terrorismo psicologico e la repressione giudiziaria, passa attraverso la riscoperta di quella legge naturale e divina che ha costituito il fondamento della Civiltà cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero.
Il pensiero cui questo libro si ispira è quello della Philosophia perennis, integrata dal Magistero tradizionale della Chiesa, ma anche dall’insegnamento dei grandi autori contro-rivoluzionari cattolici dell’Ottocento e del Novecento, di cui l’autore è, in Italia, erede e continuatore.
Roberto de Mattei
LA DITTATURA DEL RELATIVISMO
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-26-3]
Pagg. 128 - € 9,00
http://www.edizionisolfanelli.it/dittaturarelativismo.htm
domenica 13 maggio 2007
Novità editoriale: SULLA TURCHIA E L'EUROPA
All’interno dell’UE il dibattito sull’ingresso della Turchia in Europa appare molto intenso e conflittuale, e, nonostante i molti passi avanti compiuti dal governo di Ankara nel rispetto dei parametri imposti da Bruxelles, le non infrequenti battute di arresto avvertono che il cammino verso l’integrazione si prospetta ancora lungo e tortuoso. Molta strada resta infatti da percorrere. Per la Turchia, ovviamente - che dovrà ottemperare a tutte le clausole ad essa dettate, nessuna esclusa - ma anche per l'Europa, e non soltanto da quella rappresentata dalle istituzioni politiche.Secondo alcuni osservatori, l’ingresso nel consesso comunitario del vasto e popoloso Paese a maggioranza islamica rappresenterebbe una questione troppo importante e delicata per essere avallata soltanto sulla base di parametri squisitamente “tecnici” non preceduti e accompagnati da un propedeutico e adeguatamente protratto interscambio culturale tra la “realtà Turchia” e la “realtà Europa”.
Mentre secondo altri, un simile criterio sarebbe sufficiente a garantire quel coraggioso passo in avanti in direzione del progresso e del consolidamento economico e sociale di un continente – quello europeo – per altro già destinato ad un destino multietnico e multireligioso.
In questo breve saggio, che ripercorre in sintesi la storia dell’impero ottomano e della Turchia, vengono riportate le opinioni e le riflessioni (spesso radicalmente contrastanti) di studiosi e giornalisti esperti di questioni politiche, geopolitiche, religiose ed economiche. riguardo al delicato tema dei rapporti tra lo Stato anatolico e l’Europa.
Alberto Rosselli
SULLA TURCHIA E L'EUROPA
Presentazione di Marco Cimmino
[ISBN-88-89756-11-x]
Pagg. 160 - € 10,00
http://www.edizionisolfanelli.it/turchiaeuropa.htm
mercoledì 31 gennaio 2007
RECENSIONE su Radici Cristiane
Ai nostri giorni, alcune ideologie pretendono che la salvezza della umanità consista nel tornare alle radici utopistiche dell’età moderna; inoltre alcune correnti cristiane pretendono che la Chiesa debba rinnovarsi tornando alle proprie supposte origini utopistiche. Il professor Gnerre, studioso delle religioni e nostro collaboratore, ha scritto questo volumetto per smentire tali errate e pericolose convinzioni e ribadire, come dice il sottotitolo, l’incompatibilità tra utopia e giudizio cristiano.
Difatti il Cristianesimo ammonisce che l’uomo, creato da Dio ma corrotto dal Peccato Originale, può riscattarsi solo collaborando all’opera redentrice di Gesù Cristo, e che guarirà del tutto solo nell’aldilà, nella beata eternità del Paradiso; invece l’utopia pretende che l’uomo, nato buono per natura ma corrotto dalla società, può redimersi con le proprie forze promuovendo una rivoluzione (politica o culturale o tecnologica) che in un futuro imprecisato ripristinerà il paradiso terrestre. Insomma, l’utopismo è un idealismo degenere che, rifiutando la natura delle cose e le esperienze della storia, pretende di ricominciare tutto daccapo e di adattare l’uomo a fantasie e a desideri irrealizzabili.
L’utopia è ben anteriore all’età moderna, ma è connessa alla modernità intesa come valore, ossia come epoca redentrice che risolverà tutte le contraddizioni della condizione umana creando un “uomo nuovo”. Ciò presuppone che la natura umana sia incorrotta, onnipotente e perfettibile: ad esempio, che l’intelligenza possa conoscere e programmare tutto, che la volontà possa decidere e realizzare tutto. Ne deriva la pretesa di liberare l’uomo dai condizionamenti della natura, della società e della storia, grazie ad una rivoluzione politica che in realtà gl’impone un condizionamento ben maggiore: quello di un potere totalitario al quale tutto viene permesso, in quanto ha il compito di dirigere tutti gli aspetti della vita, anche quelli più privati.
Alla rivoluzione utopistica, Gnerre contrappone il “riformismo” cristiano, secondo il quale l’uomo va continuamente e pazientemente curato nella sua condizione decaduta e rieducato alla vita etica e civile, soprattutto grazie a quel potente fattore di moralità e di civiltà che è la Religione. Solo in questo modo l’uomo, facendo tesoro delle lezioni della natura, della società e della storia, può realizzare la propria originaria vocazione, ossia il progetto che Dio ha su di lui.
http://www.radicicristiane.it/libro.php/id/80/Corrado%20Gnerre/Le-radici-dell'utopia
Difatti il Cristianesimo ammonisce che l’uomo, creato da Dio ma corrotto dal Peccato Originale, può riscattarsi solo collaborando all’opera redentrice di Gesù Cristo, e che guarirà del tutto solo nell’aldilà, nella beata eternità del Paradiso; invece l’utopia pretende che l’uomo, nato buono per natura ma corrotto dalla società, può redimersi con le proprie forze promuovendo una rivoluzione (politica o culturale o tecnologica) che in un futuro imprecisato ripristinerà il paradiso terrestre. Insomma, l’utopismo è un idealismo degenere che, rifiutando la natura delle cose e le esperienze della storia, pretende di ricominciare tutto daccapo e di adattare l’uomo a fantasie e a desideri irrealizzabili.
L’utopia è ben anteriore all’età moderna, ma è connessa alla modernità intesa come valore, ossia come epoca redentrice che risolverà tutte le contraddizioni della condizione umana creando un “uomo nuovo”. Ciò presuppone che la natura umana sia incorrotta, onnipotente e perfettibile: ad esempio, che l’intelligenza possa conoscere e programmare tutto, che la volontà possa decidere e realizzare tutto. Ne deriva la pretesa di liberare l’uomo dai condizionamenti della natura, della società e della storia, grazie ad una rivoluzione politica che in realtà gl’impone un condizionamento ben maggiore: quello di un potere totalitario al quale tutto viene permesso, in quanto ha il compito di dirigere tutti gli aspetti della vita, anche quelli più privati.
Alla rivoluzione utopistica, Gnerre contrappone il “riformismo” cristiano, secondo il quale l’uomo va continuamente e pazientemente curato nella sua condizione decaduta e rieducato alla vita etica e civile, soprattutto grazie a quel potente fattore di moralità e di civiltà che è la Religione. Solo in questo modo l’uomo, facendo tesoro delle lezioni della natura, della società e della storia, può realizzare la propria originaria vocazione, ossia il progetto che Dio ha su di lui.
http://www.radicicristiane.it/libro.php/id/80/Corrado%20Gnerre/Le-radici-dell'utopia
sabato 25 novembre 2006
RECENSIONE su Corrispondenza Romana
Corrado Gnerre (docente di Storia dell’utopia in età moderna e contemporanea all’Università Europea di Roma e di Storia delle religioni all’Istituto Superiore di Scienze Religiose Redemptor hominis di Benevento, nonché collaboratore di Radici Cristiane) ha dato recentemente alle stampe un sintetico saggio dal titolo Le radici dell’utopia.
In questo libro Gnerre dimostra quanto l’idea di utopia non sia affatto innocua, analizzando le cause per cui essa abbia sempre generato distruzione e morte ogni qual volta si sia cercato di realizzarla, dal Terrore rivoluzionario francese all’inferno cambogiano.
Gnerre individua ben quattro “radici” dell’idea di utopia: nella prima l’utopia si configura come un’idea fondata su una concezione dell’uomo che è contro l’umano e la libertà. Nella seconda come un’idea basata su una concezione della storia contro l’imponderabilità e contro l’azione.
Nella terza come un’idea fondata su una concezione del tempo contro l’eterno e contro l’occasione. Infine nella quarta come un’idea basata su una concezione di esistenza contro il desiderio. Insomma l’idea di utopia è strutturalmente antiumana: perché si pone volutamente al di fuori dell’ordine naturale e perché deve necessariamente poggiare su un vero e proprio delirio dell’immaginazione.
La conclusione del libro appare chiara fin da subito: tra l’idea di utopia e la filosofia naturale e cristiana esiste un’irrisolvibile incompatibilità. Il cristianesimo non solo non è un’utopia, ma anzi ne costituisce il vero antidoto. [Corrado Gnerre, Le radici dell’utopia, Edizioni Solfanelli, Chieti 2006, pp. 96, € 8,00].
http://www.corrispondenzaromana.it/cultura/le-radici-dell-utopia.html
sabato 21 ottobre 2006
Utopia, rovinosa tentazione (Secolo d'Italia)
In un saggio di Corrado Gnerre la radiografia dell’ideologismo nel ’900
di Matteo Simonetti
Ecco un’altra pubblicazione interessante da parte della Solfanelli. La serie di brevi saggi della casa editrice - che pubblica autori legati al mondo del conservatorismo come Joseph De Maistre o Giuliano Ferrara, ma anche postmarxisti poco allineati, come Franco Ferrarotti - si è da poco arricchita del libro Le radici dell’utopia di Corrado Gnerre. L’autore è senz’altro uno dei maggiori conoscitori dell’argomento in questione, visto che insegna addirittura Storia dell’utopia presso l’Università Europea di Roma.
Curiosando un po’ tra le pubblicazioni e la biografia di Gnerre, si scopre come questa attenzione per l’utopia, o meglio, per la critica all’utopia, si sposi ad una “militanza” cristiana che si concretizza in approfondite indagini sia storiche che filosofiche. Oltre a questa cattedra “politica” infatti, Gnerre occupa quella di Storia delle Religioni preso l’Università Teologica dell’Italia Meridionale.
Il tema centrale di questo suo ultimo libro è, quasi di conseguenza, la dimostrazione di come il pensiero cristiano si proponga quale naturale antidoto al morbo dell’utopia, contrapponendosi ad esso sin dalle fondamenta. Gnerre individua una vera e propria genealogia dell’utopia per poi soffermarsi su quanto grande sia la distanza con il cristianesimo.
Prima di addentrarci nel contenuto del libro, sarà importante precisare che l’autore maggiormente citato da Gnerre, vero faro che illumina l’insieme delle pagine, è Eric Voegelin, e che anche Mircea Eliade, il grande studioso rumeno delle religioni, ha una certa importanza come punto di riferimento. Le due grandi figure sono in compagnia di una coppia di pensatori più recenti: Augusto del Noce e Massimo Introvigne. Politicamente ci troviamo allora in una regione abbastanza identificabile, soprattutto tenendo conto che ad essere citati come propri antagonisti intellettuali sono Karl Marx e tutta l’allegra compagnia di illuministi e enciclopedisti.
Il discorso di Gnerre si snoda attraverso brevi e puntuali paragrafi, che rispondono a precise questioni e consentono una lettura chiara, agevole e piacevole.
Gnerre si presenta sin dalla premessa come pensatore antimoderno nella più felice delle accezioni del termine: «L’utopia esiste da quando esiste l’uomo, ma da un punto di vista della storia del pensiero, una risposta si può abbozzare. L’idea di utopia trova il suo terreno fertile nell’idea stessa di modernità». Ad essere sottolineato è quel carattere “resistenziale” del cristianesimo che oggi è apprezzato come forse unica arma possibile, anche dalle schiere dei cosiddetti “atei devoti”, da contrapporre allo strapotere della tecnica che trascende l’uomo e dal suo corrispettivo filosofico che è il nichilismo. In effetti, la contrapposizione con “l’umano” è forse la più importante delle caratteristiche che Gnerre assegna all’utopia. Se non la più importante, è però questa la prima, in senso cronologico, delle radici che Gnerre individua. Accanto ad essa troviamo: un’idea di storia contro l’imponderabilità e l’azione; un’idea di tempo contro l’eterno e l’occasione; un’idea di esistenza contro il desiderio.
Quella che ne emerge è un’utopia che non è tanto occasione politica, sociologica, momento storico, quanto sostrato esistenziale, visione del mondo, addirittura coagulo di sensazioni e portati psichici.
Non posso che essere d’accordo con questa impostazione di Gnerre, tanto più che, per aprire un’interessante parentesi, i risultati da lui raggiunti sono in qualche modo vicini all’analisi estetico-filosofica della musica contemporanea in un mio libro di qualche anno fa, Stasera dirige Nietzsche. La musica tra filosofia e politica. In effetti, la figura del musicista seriale coincide perfettamente con quella dell’utopista, essendo accomunate dalla stessa matrice intellettualistica, gnostica, meccanicistica, addirittura masochistica. Molti altri fecondi e calzanti parallelismi sarebbero possibili tra questi due mondi apparentemente distanti, quello della musica e quello della politica, ma tale discorso ci svierebbe.
Ritornando all’utopista di Gnerre, questi è chi rifiuta il reale a priori, e lo nega nell’incapacità di correggerlo, cadendo in una sorta di delirio di potenza. Non sorprende allora che il bersaglio polemico principale dello studioso delle religioni sia proprio l’atteggiamento prometeico, iperrazionale, essenzialmente antiumano. È qui che s’inserisce il valore dell’esperienza cristiana, la quale richiama alle idee di fallibilità, di peccato, di limite, e a quella di perfezione solo come irraggiungibile sprone (la santità). Queste caratteristiche conducono necessariamente a un “realismo” politico che mette al riparo da ogni utopia. Gnerre mostra poi che l’utopia cresce dove è forte l’idea di necessità assoluta, dove non vi è spazio né per l’imponderabilità, né per la libertà, né per la volontà, concetti che sono appunto cardini del pensiero cristiano.
Possiamo riassumere tutte queste caratteristiche positive nella cristiana “concezione creaturale” dell’uomo, che colora quest’ultimo di un’umiltà che, appunto, fa a pugni con l’utopia.
Sin qui, ed è moltissimo, non si può che essere d’accordo con Gnerre. I motivi di divergenza sono essenzialmente solo due. Il primo è l’interpretazione del pensiero di Nietzsche, che per Gnerre rimane il campione del nichilismo e della “filosofia col martello”, non rilevando adeguatamente la parte “fondazionale” del filosofo tedesco, quella sottolineata ad esempio da Robert Reininger e evidentissima soprattutto in Aurora. L’interpretazione dell’autore è senz’altro più genuina di quella dei postmoderni, impegnati in incredibili opere di manipolazione, ma sembra eccessivamente sbrigativa, forse a causa dell’inequivocabile ostilità nietzschiana al cristianesimo. Il secondo motivo di divergenza, strettamente connesso al primo, è la mancanza di un’attenzione “quantitativa” per il concetto di utopia: chi stabilisce cosa è umano e possibile e quindi non utopico, a partire dalla “misura della volizione”? Un esempio: sentiamo spesso dire che una civiltà non preda del meticciato, che si conserva fiera delle sue radici, della sua cultura, del suo aspetto, è oggi pura utopia. Sentiamo dire cioè che non c’è scampo alla multiculturalità, all’omologazione o alla forzata convivenza. In questo caso cosa o quanto è utopia? Cosa o quanto è realismo?
Nella critica all’utopia deve essere salvata allora la sua enorme spinta ideale, che è tuttuno con la creatività. Davvero l’uomo è libero di farsi come vuole e il suo limite è una sacralità che può anche non coincidere con una religiosità concretizzata. Questo insegnamento ancora inascoltato di Nietzsche, il dovere-piacere di crearci da noi i nostri valori, non può essere buttato con la critica all’utopia come il bambino con i panni sporchi. Se la chiave di questo salvataggio è un’operazione di giudizio e creazione estetici, allora occorre il coraggio di dire che infinitamente più bello è un qualsiasi anelito ideale, magico, strampalato, irriguardoso, rispetto ad un tirare a campare tutto democristiano. Per rimanere nel panorama cristiano, Unamuno docet.
sabato 21 ottobre 2006 | Secolo d’Italia
di Matteo Simonetti
Ecco un’altra pubblicazione interessante da parte della Solfanelli. La serie di brevi saggi della casa editrice - che pubblica autori legati al mondo del conservatorismo come Joseph De Maistre o Giuliano Ferrara, ma anche postmarxisti poco allineati, come Franco Ferrarotti - si è da poco arricchita del libro Le radici dell’utopia di Corrado Gnerre. L’autore è senz’altro uno dei maggiori conoscitori dell’argomento in questione, visto che insegna addirittura Storia dell’utopia presso l’Università Europea di Roma.
Curiosando un po’ tra le pubblicazioni e la biografia di Gnerre, si scopre come questa attenzione per l’utopia, o meglio, per la critica all’utopia, si sposi ad una “militanza” cristiana che si concretizza in approfondite indagini sia storiche che filosofiche. Oltre a questa cattedra “politica” infatti, Gnerre occupa quella di Storia delle Religioni preso l’Università Teologica dell’Italia Meridionale.
Il tema centrale di questo suo ultimo libro è, quasi di conseguenza, la dimostrazione di come il pensiero cristiano si proponga quale naturale antidoto al morbo dell’utopia, contrapponendosi ad esso sin dalle fondamenta. Gnerre individua una vera e propria genealogia dell’utopia per poi soffermarsi su quanto grande sia la distanza con il cristianesimo.
Prima di addentrarci nel contenuto del libro, sarà importante precisare che l’autore maggiormente citato da Gnerre, vero faro che illumina l’insieme delle pagine, è Eric Voegelin, e che anche Mircea Eliade, il grande studioso rumeno delle religioni, ha una certa importanza come punto di riferimento. Le due grandi figure sono in compagnia di una coppia di pensatori più recenti: Augusto del Noce e Massimo Introvigne. Politicamente ci troviamo allora in una regione abbastanza identificabile, soprattutto tenendo conto che ad essere citati come propri antagonisti intellettuali sono Karl Marx e tutta l’allegra compagnia di illuministi e enciclopedisti.
Il discorso di Gnerre si snoda attraverso brevi e puntuali paragrafi, che rispondono a precise questioni e consentono una lettura chiara, agevole e piacevole.
Gnerre si presenta sin dalla premessa come pensatore antimoderno nella più felice delle accezioni del termine: «L’utopia esiste da quando esiste l’uomo, ma da un punto di vista della storia del pensiero, una risposta si può abbozzare. L’idea di utopia trova il suo terreno fertile nell’idea stessa di modernità». Ad essere sottolineato è quel carattere “resistenziale” del cristianesimo che oggi è apprezzato come forse unica arma possibile, anche dalle schiere dei cosiddetti “atei devoti”, da contrapporre allo strapotere della tecnica che trascende l’uomo e dal suo corrispettivo filosofico che è il nichilismo. In effetti, la contrapposizione con “l’umano” è forse la più importante delle caratteristiche che Gnerre assegna all’utopia. Se non la più importante, è però questa la prima, in senso cronologico, delle radici che Gnerre individua. Accanto ad essa troviamo: un’idea di storia contro l’imponderabilità e l’azione; un’idea di tempo contro l’eterno e l’occasione; un’idea di esistenza contro il desiderio.
Quella che ne emerge è un’utopia che non è tanto occasione politica, sociologica, momento storico, quanto sostrato esistenziale, visione del mondo, addirittura coagulo di sensazioni e portati psichici.
Non posso che essere d’accordo con questa impostazione di Gnerre, tanto più che, per aprire un’interessante parentesi, i risultati da lui raggiunti sono in qualche modo vicini all’analisi estetico-filosofica della musica contemporanea in un mio libro di qualche anno fa, Stasera dirige Nietzsche. La musica tra filosofia e politica. In effetti, la figura del musicista seriale coincide perfettamente con quella dell’utopista, essendo accomunate dalla stessa matrice intellettualistica, gnostica, meccanicistica, addirittura masochistica. Molti altri fecondi e calzanti parallelismi sarebbero possibili tra questi due mondi apparentemente distanti, quello della musica e quello della politica, ma tale discorso ci svierebbe.
Ritornando all’utopista di Gnerre, questi è chi rifiuta il reale a priori, e lo nega nell’incapacità di correggerlo, cadendo in una sorta di delirio di potenza. Non sorprende allora che il bersaglio polemico principale dello studioso delle religioni sia proprio l’atteggiamento prometeico, iperrazionale, essenzialmente antiumano. È qui che s’inserisce il valore dell’esperienza cristiana, la quale richiama alle idee di fallibilità, di peccato, di limite, e a quella di perfezione solo come irraggiungibile sprone (la santità). Queste caratteristiche conducono necessariamente a un “realismo” politico che mette al riparo da ogni utopia. Gnerre mostra poi che l’utopia cresce dove è forte l’idea di necessità assoluta, dove non vi è spazio né per l’imponderabilità, né per la libertà, né per la volontà, concetti che sono appunto cardini del pensiero cristiano.
Possiamo riassumere tutte queste caratteristiche positive nella cristiana “concezione creaturale” dell’uomo, che colora quest’ultimo di un’umiltà che, appunto, fa a pugni con l’utopia.
Sin qui, ed è moltissimo, non si può che essere d’accordo con Gnerre. I motivi di divergenza sono essenzialmente solo due. Il primo è l’interpretazione del pensiero di Nietzsche, che per Gnerre rimane il campione del nichilismo e della “filosofia col martello”, non rilevando adeguatamente la parte “fondazionale” del filosofo tedesco, quella sottolineata ad esempio da Robert Reininger e evidentissima soprattutto in Aurora. L’interpretazione dell’autore è senz’altro più genuina di quella dei postmoderni, impegnati in incredibili opere di manipolazione, ma sembra eccessivamente sbrigativa, forse a causa dell’inequivocabile ostilità nietzschiana al cristianesimo. Il secondo motivo di divergenza, strettamente connesso al primo, è la mancanza di un’attenzione “quantitativa” per il concetto di utopia: chi stabilisce cosa è umano e possibile e quindi non utopico, a partire dalla “misura della volizione”? Un esempio: sentiamo spesso dire che una civiltà non preda del meticciato, che si conserva fiera delle sue radici, della sua cultura, del suo aspetto, è oggi pura utopia. Sentiamo dire cioè che non c’è scampo alla multiculturalità, all’omologazione o alla forzata convivenza. In questo caso cosa o quanto è utopia? Cosa o quanto è realismo?
Nella critica all’utopia deve essere salvata allora la sua enorme spinta ideale, che è tuttuno con la creatività. Davvero l’uomo è libero di farsi come vuole e il suo limite è una sacralità che può anche non coincidere con una religiosità concretizzata. Questo insegnamento ancora inascoltato di Nietzsche, il dovere-piacere di crearci da noi i nostri valori, non può essere buttato con la critica all’utopia come il bambino con i panni sporchi. Se la chiave di questo salvataggio è un’operazione di giudizio e creazione estetici, allora occorre il coraggio di dire che infinitamente più bello è un qualsiasi anelito ideale, magico, strampalato, irriguardoso, rispetto ad un tirare a campare tutto democristiano. Per rimanere nel panorama cristiano, Unamuno docet.
sabato 21 ottobre 2006 | Secolo d’Italia
Iscriviti a:
Post (Atom)